I CAMALLI CONTRO LE ARMI CON LA BENEDIZIONE DEL PAPA / La Città n°18 Lug-Ago2021

Due anni fa a Genova si è formato un movimento di portuali contro gli scali delle “navi della morte” della flotta Bahri dell’Arabia Saudita, che imbarcano con regolarità armi e esplosivi nei porti dei Paesi dell’Alleanza atlantica prodotti dalle industrie locali per sbarcarle a Oriente alla volta dei teatri di guerra civile, dalla Siria allo Yemen al Kashmir.
Sono stati altri portuali europei, da Anversa a Le Havre a Bilbao a chiedere ai “camalli” di unirsi a loro per bloccare materialmente l’imbarco e il transito dei carichi micidiali contro popolazioni civili. Hanno risposto per primi in Italia i militanti del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova, un gruppo della sinistra sindacale attivo nel solco della tradizione di autonomia e di antifascismo del porto di Genova, allora in gran parte iscritti e delegati della FILT-CGIL e oggi transitati nel sindacato di base USB anche a causa delle posizioni reticenti assunte dalla Camera del lavoro proprio sul tema dei traffici di armi.
Nell’occasione i portuali genovesi hanno trovato al loro fianco non solo i frantumi della sinistra internazionalista e antimperialista che perdurano sulla scena politica, ma numerosi gruppi del variegato movimento antimilitarista e pacifista di ispirazione religiosa o laica che da decenni conducono battaglie politiche e sociali che hanno portato tra l’altro alla decisiva legge 185 del 1990 contro i traffici di armi che violano i principi costituzionali della pace e dei diritti umani. Legge minacciata continuamente da tentativi di depotenziamento da parte delle lobby affaristiche del campo militare. Proprio grazie al richiamo della 185, due anni fa a Genova fu bloccato con uno sciopero un carico italiano su una nave Bahri destinato alla guerra in Yemen. A seguito di quel successo, i portuali ebbero la solidarietà aperta di Papa Francesco. Il Papa aveva riconosciuto nell’azione diretta del movimento genovese quei caratteri di parresia e coerenza che costituiscono l’antidoto all’ipocrisia di coloro che predicano la pace ma praticano la guerra. Quel movimento di lavoratori che si era battuto in prima persona contro il mercato delle armi nelle parole del Papa era parso evocare il co-raggio cristiano dei primi Apostoli. Dall’altra parte, certe istituzioni che sostengono l’industria militare, basti pensare alla Regione del Presidente Toti e al Comune del Sindaco Bucci, apparivano come i sepolcri imbiancati del Vangelo. Anche dopo le denunce di alcuni portuali del CALP da parte della magistratura su segnalazione delle imprese che lucrano sui traffici di armi in porto, la componente cattolica non ha fatto mancare la sua solidarietà
contro il tentativo di criminalizzare il movimento e di mettere a tacere chi tra i lavoratori lotta per coniugare i temi del sindacalismo con quelli della pace e dei diritti umani.
I militanti del CALP sono un gruppo per tradizione poco incline ai rapporti con il mondo Due anni fa a Genova si è formato un movimento di portuali contro gli scali delle “navi della morte” della flotta Bahri dell’Arabia Saudita, che imbarcano con regolarità armi e esplosivi nei porti dei Paesi dell’Alleanza atlantica prodotti dalle industrie locali per sbarcarle a Oriente alla volta dei teatri di guerra civile, dalla Siria allo Yemen al Kashmir. cattolico, ma come hanno imparato dai vecchi compagni del porto che ai tempi della guerra in Vietnam avevano boicottato le navi USA e imbarcato aiuti al Governo di Hanoi, essi sanno che solo nella lotta ci si può unire e solo con la lotta si può vincere. Che la lotta si chiami sciopero o testimonianza cristiana, il significato e il valore non cambiano se il risultato è il blocco materiale di un carico di armi alla pari del salvataggio in mare di persone in fuga dalle miserie e dalle sofferenze causate da conflitti a cui sono per lo più destinate quelle stesse armi. In questo quadro, i portuali genovesi hanno coltivato uno speciale rapporto con Papa Francesco e il suo entourage, riconoscendosi convinti alleati nella comune lotta. Nel recente incontro in Vaticano avuto da una delegazione del CALP hanno ascoltato direttamente i caldi inviti del Papa a continuare con coraggio queste lotte giuste e perciò “a bloccare queste navi da guerra cari he di armi”.
Non si tratta di conciliare il diavolo con l’acquasanta, bensì di individuare il comune obiettivo di affermare i diritti essenziali della vita che si fondano su un sistema di relazioni di pace e di mutuo rispetto che presuppongono processi di giustizia e equità sociale come il Papa ha più volte affermato. La lotta genovese sta diventando quella di altri porti italiani e internazionali con i quali si sta costruendo una rete organizzativa e un osservatorio comune (www.weaponwatch.net). Anche con le altre componenti laiche del movimento va rafforzandosi un’unità di intenti, specialmente contro i provvedimenti del Governo che dopo lo shock sanitario e sociale della pandemia invece di immaginare un mondo diverso ha scelto di orientare strategie e risorse economiche ancor più a favore dell’apparato militare. Ciò ha suscitato in Liguria, da parte delle istituzioni e delle forze politiche e sindacali che le sostengono,
l’ennesima manifestazione di ipocrisia con cui si va spacciando per export commerciale e garanzia interna di occupazione un’economia sempre più specializzata nelle forniture alla guerra in conto terzi. Il movimento dei portuali contro le “navi della morte” ha tuttavia deciso di continuare la lotta, senza remore, nonostante la persecuzione giudiziaria. Il colloquio con il Papa non può che fare maturare le coscienze di vecchi e nuovi antagonisti della guerra e
rafforzare il fronte contro i traffici di morte.