Nel 2017 il candidato Bucci promise di fare crescere la popolazione di Genova sino a quota 700 mila. In Antropologia si sostiene che per fondare una società non bastano uomini e donne che figlino, occorrono antenati e divinità. Di fronte all’ennesimo calo di abitanti scesi a 578.000, la scelta del Sindaco Bucci di chiamare “Genova-San Giorgio” il nuovo ponte sul Polcevera al posto del “Morandi” crollato, è parsa a invocare tanto gli avi che gli dei: “Pe Zena e Pe San Zorzo!”, era infatti il grido di battaglia dei Genovesi al tempo della Repubblica. Quell’epoca a cui Bucci si ispira per la sua città “meravigliosa”, che celebri il mito il 23 aprile, ricorrenza di San Giorgio che incarna la vittoria del Bene sul Male, scalzando desiderabilmente il 25 aprile sgradito ai suoi alleati di Giunta neofascisti e leghisti.
All’inaugurazione del nuovo ponte è stato rivendicato il “Modello Genova”. Il successo del progetto è indiscutibile, sebbene riguardo alla sua generalizzazione andrebbe rimarcato che non è una nuova opera ma la riparazione urgente e debita di un danno gravissimo procurato alla collettività, che non è un’opera ciclopica, bensì un viadotto di 1 km a 40 metri sul greto di un torrente, e per di più è inserita in una legge ad hoc, affidata a un commissario con poteri speciali, in deroga alle norme degli appalti pubblici e “senza badare a spese”. Così come non c’è alcun dubbio circa la sua bellezza architettonica e la modernità dei materiali e delle tecnologie impiegate, ma anche il Ponte Morandi era affascinante e avveniristico 50 anni fa. Mentre le cause del logoramento e del crollo sono da addebitarsi, oltre alle evidenti responsabilità del concessionario, alla incapacità delle classi dirigenti avvicendatesi al governo dello Stato e degli Enti locali di decidere per tempo le alternative a un’opera dichiarata “malato terminale” e di tutelare la salute pubblica vigilando con rigore sulla concessione.
Per oscurare queste contraddizioni invece, con un’operazione politico-mediatica densa di retorica, per un verso le classi dirigenti si sono rigenerate grazie all’uccisione del drago-concessionario divenuto l’unico rappresentante del Male, mentre il nuovo ponte, per rimanere all’Antropologia, è stato elevato al rango di feticcio. Esso infatti è stato presentato come un oggetto di venerazione estetica, morale, politica, che ha il potere miracoloso di fare ripartire la vita e la speranza dove era stata lasciata e di inaugurare un nuovo corso della città e della storia, tenuto altresì conto della pandemia che si è aggiunta a rendere più crudele la sorte di tutti. Della tragedia non si è persa però l’occasione di approfittare. Come se si fosse trattato di un terremoto si è rappresentata una estensione dei danni sociali e economici sino a includere tutta la città e sino la regione e le regioni circostanti. Il porto e le sue imprese in questo senso hanno avuto la parte dei protagonisti, nonostante per evidenza dei dati produttivi non abbiano subito danni significativi né diretti né indiretti dal crollo del ponte se non per poche settimane e abbiano invece ricevuto e continuino a ricevere la parte più cospicua delle riparazioni.
Mentre la crisi economica e la pandemia che l’ha fatta precipitare moltiplicano i bisogni dei cittadini e le povertà, emerge un atteggiamento delle istituzioni piegato a stendere meno onorevolmente la mano per ottenere fondi dallo Stato per danni subiti a qualsiasi titolo. È legittimo attendersi che lo Stato soccorra i territori che ne hanno bisogno, ma quello che si osserva a Genova e in Liguria mostra l’incapacità delle istituzioni di assumersi in prima persona le proprie responsabilità di governo e di rappresentanza. Una cosa sono gli eventi “naturali” come il terremoto, per lo più indipendenti dai comportamenti degli attori del territorio, ma lo stesso non può dirsi del crollo di un ponte “malato terminale” oppure delle mareggiate distruttive sulle coste ridotte a strisce sottili a causa della cementificazione o dell’inefficiente manutenzione delle autostrade liguri (basta proseguire sulla autostrada in Francia e Spagna per scoprire che il problema sta nel nostro sistema di concessioni e appalti). In questi casi prima di stendere la mano, Genova e la Liguria dovrebbero farsi un esame di coscienza e, accanto ai finanziamenti che alla fine arrivano quasi sempre al servizio di logiche per lo più clientelari, indicare le soluzioni perché le cose cambino. Per esempio, siamo certi che almeno per un secolo il ponte Genova – San Giorgio non avrà problemi, ma le autorità dove pensano di mettere le migliaia di nuovi camion carichi di container che sognano di fare transitare dal porto grazie ai soldi ottenuti a seguito del crollo del Morandi? Sui treni che invece di aumentare ogni anno diminuiscono come la popolazione genovese oppure eleggendo la Gronda a nuovo feticcio? L’arcobaleno comparso a incorniciare la celebrazione dell’inaugurazione del nuovo ponte togliendo ogni magia alle fragorose e costose Frecce Tricolori, è parso confermarne il carattere di feticcio regalando un presagio di speranza. Passata l’emozione è bene che le istituzioni recuperino rapidamente il senso della razionalità e dell’interesse pubblico e se vogliono “Salvare Genova e la Liguria” comincino a farlo contando innanzitutto sulla responsabilità dei rispettivi ruoli e sulle proprie forze e capacità.