L’ALIBI DEL TERRORE E IL PROFITTO DAL TERRORE / 13 Ottobre 2023

Nel porto di Genova a Ponte Eritrea opera il GMT – Genoa Metal Terminal. Tra le navi clienti ci sono le Bahri della flotta saudita, rappresentate in Italia dall’agenzia Delta del Gruppo Gastaldi, famigerate perché specializzate nei traffici di armi e esplosivi dalle fabbriche del Nord America e dell’Europa verso il Medio Oriente e l’India. Le Bahri sono state denunciate dai movimenti pacifisti di tutto il mondo perché con i loro carichi alimentano le guerre e la repressione nell’area, dalla Siria allo Yemen al Kashmir. I portuali genovesi hanno spesso documentato, anche a tutela della sicurezza dei lavoratori, la presenza a bordo di armamenti e munizioni invocando il rispetto della legge 185/90 che vieta il carico e il transito di armi verso teatri di guerra, ma la direzione di GMT non ha mostrato alcuna sensibilità. Anzi, ha accusato vergognosamente i portuali di rovinare il porto minacciando licenziamenti per mancanza di lavoro e insieme al Gruppo Gastaldi ha anche cercato di criminalizzarli con denunce alla magistratura, nonostante la vasta solidarietà ricevuta anche da Papa Francesco.
Ogni volta che una nave Bahri approda a Ponte Eritrea la DIGOS presidia il luogo di lavoro dei portuali per intimidirli e impedire che scoprano e denuncino i carichi di morte a bordo e la loro provenienza e destinazione. In questo quadro la direzione di GMT ha preso una iniziativa che sfida il ridicolo, se non fosse invece un’ennesima prova di disprezzo per i valori di pace e di sicurezza dei popoli sostenuti dai lavoratori.
L’azienda, ritenendosi – non si sa perché – un obiettivo sensibile per atti di terrorismo, alla stregua di un aeroporto o di un terminal crociere, ha organizzato un corso di Security con l’obiettivo di promuovere tra i lavoratori pure senza incarichi di security «la capacità di osservazione di azioni illecite intenzionali». Per cui, tutti i dipendenti vengono istruiti a riconoscere e individuare armi, sostanze e apparecchiature pericolose, caratteristiche e comportamenti delle persone che potrebbero costituire una minaccia per la sicurezza.
Dunque, proprio nel terminal diventato emblema negativo del porto di Genova e d’Europa per il passaggio delle peggiori armi e dei più pericolosi esplosivi si istruiscono i lavoratori, non sulla legge 185/90 sul trasporto internazionale delle armi, non sui rischi di lavorare in presenza di container pieni di esplosivi, non sui profili di eticità del lavoro e del commercio, bensì su come scoprire i terroristi in banchina!
Basti dire che nella presentazione del corso i modelli di comportamento indicati come sospetti da denunciare, riguardano «sconosciuti che gironzolano per troppo tempo o cercano di entrare nelle strutture portuali o nelle navi, ambulanti che vendono in prossimità del porto, veicoli con persone a bordo che scattano foto o fanno disegni, piccole imbarcazioni da pesca o diporto che si aggirano per periodi di più lunghi del normale percorrendo rotte tali da poter fare un servizio fotografico del terminal», fino all’utilizzo di droni dotati di telecamere ad alta risoluzione.
Una indegna presa in giro visto che si tratta di un luogo di lavoro interno al porto, cinto da barriere e misure di sicurezza da parte delle forze di polizia, dogana e capitaneria, e inoltre all’interno di un terminal privato protetto a sua volta da recinzioni e vigilanti. Lo scherno e il ridicolo raggiungono l’apice con il tema degli esplosivi, presentato sotto la veste dei kamikaze islamici, segnalando il dettaglio dei «caratteri somatici tipici dei maschi suicidi, tra i 16 e i 30 anni, capelli rasati a zero, barba curata o ben rasata, profumati di essenze aromatiche o alle erbe, quest’ultima caratteristica dovuta alla religione islamica che impone un’accurata pulizia prima della morte».
Spetta alle forze di polizia scoprire i “terroristi islamici”, invece di stare a presidiare le banchine dove i portuali testimoniano i valori della pace e il rispetto della legge. Steinweg-GMT ripensi piuttosto alla complicità con le navi saudite che trasportano le armi del terrore in giro per il mondo, volta a ottenere senza scrupoli del profitto, anche se sporco di sangue di civili inermi.
Nelle due immagini tratte dalla presentazione del corso: come riconoscere un “terrorista pakistano” e come riconoscere un mitra. Per ironia della sorte, si tratta di un’arma italiana venduta al Qatar, una monarchia assoluta che non ha firmato il Trattato sul commercio di armi in vigore alle Nazioni Unite dal 2014.