Diceva Pangloss, il maestro di Candido, secondo Voltaire, che i nasi sono fatti per portare gli occhiali, infatti ci sono gli occhiali.
Il Secolo XIX stamattina fa il Candido e titola in prima pagina: “Navi ferme e container introvabili: frenata per i traffici”. Come deve intenderla il lettore non specialista, il pubblico del Secolo XIX, l’opinione pubblica? Il senso che si ricava dal titolo è che i traffici frenano a causa delle navi ferme per la mancanza di container, i vuoti, da riempire di merce evidentemente. «Ah, se solo ci fossero i container da riempire!», viene da esclamare. A che cosa servono infatti i nasi (la merce) se non hanno gli occhiali (i container vuoti)?
Il “candore” per cui nel titolo non compare la merce, la cui scarsità è la causa ultima della crisi dei traffici e quindi dei porti, sta nel fatto che essa sposterebbe l’analisi e le prospettive sul piano strutturale dell’economia, invece di ridurre la questione a una inefficienza della catena logistica o alla azione speculativa degli armatori per sostenere i noli e mantenere i margini di profitto. Il tema dell’economia compare in realtà nell’articolo interno al giornale, quale “rallentamento delle economie dovuto al raffreddamento dei rapporti internazionali e all’aumento delle guerre”, ma solo per breve inciso e senza citare la merce, quasi fosse diventato un tabù. Del resto, per ironia della sorte, la foto in prima pagina ritrae una nave ormeggiata al terminal SECH che per quantità di merce è sceso da 308mila teus nel 2017 a 218mila nel 2022 in tempi non sospetti per navi fantasma e container introvabili.
Che cosa costerebbe al Secolo XIX dire la verità ai suoi lettori in prima pagina? Ossia che è la merce che scarseggia, non i container vuoti. Di questi le aree del porto di Genova sono piene, quasi tutte affidate da Palazzo San Giorgio al solito Spinelli che ne ha fatto una bella rendita. Denunciare la crisi dei traffici significherebbe contraddire apertamente Signorini, Toti e Bucci che dal 2017 promettono milioni di container pieni aggiuntivi, mentre invece dati alla mano sono diminuiti sia il numero dei container che le tonnellate di merce trasportata. Promesse che però servono a giustificare gli investimenti pubblici miliardari nella nuova diga, nel terzo valico e in tutte le opere motivate dal mantra dei container: “il migliore dei traffici possibili”.
Non si può pensare che al Secolo XIX come a altri media la verità costerebbe il budget di pubblicità che gli enti responsabili del porto riversano sugli organi di informazione, semmai è vero il contrario. Sono loro che hanno bisogno di titoli e articoli mistificanti per continuare nella loro politica cieca di spesa pubblica per investimenti solo propizi per le imprese private, beneficiate da appalti ottenuti grazie a procedure smaccatamente discrezionali.
Una classe dirigente che neanche per prevenire la crisi del lavoro che incombe visto il declino dei traffici, si preoccupa di cambiare rotta e reindirizzare gli investimenti, come nel caso della diga miliardaria allo scopo di progettare nuove funzioni e specializzazioni portuali più produttive e capaci di nuova occupazione. Per corrispondere a sviluppi alternativi al modello unidimensionale del container, mirati non a fantomatiche meganavi piene di teus, bensì a reali posti di lavoro e a reali occasioni di produzione di valore e di reddito per i cittadini.