Figuriamoci se dopo avere taciuto o quasi, di fronte alla prospettiva del sacrificio dei terminal San Giorgio e Forest di Ponte Somalia, i nostri imprenditori si scaldano per quello del CSM di San Benigno.
In entrambi i casi è il sindaco Bucci l’autocrate decisore delle sorti del porto, grazie al ruolo di commissario e alla ignominiosa sudditanza di Palazzo San Giorgio. Ma il fatto più scandaloso è la capitolazione del mondo imprenditoriale che riempie i convegni e i talk show di lamenti per il ritardo del Terzo valico o per l’immancabile burocrazia che “impedisce lo sviluppo dei traffici e dell’occupazione”. Invece sono tutti in riga ossequiosi di fronte a Bucci, il quale con i depositi chimici a Ponte Somalia vuole sostituire 200mila tonnellate di merce chimica a 5milioni di merce varia, 50 addetti ai depositi a 200 addetti alla movimentazione delle merci varie, 80 navi a più di 700, 6 milioni a 24 milioni di fatturato. Confronti che paiono inverosimili per la loro madornale sproporzione. Eppure, sono i dati ufficiali dell’operazione sfacciata che è in corso grazie a Bucci e a Signorini-Piacenza.
La giustificazione di Bucci: trovate voi un’altra sistemazione in porto ai depositi, se no andranno lì. Voi chi? È Bucci che ha poteri “straordinari”, che ha l’Autorità portuale al suo servizio, che ha i soldi a sua disposizione. La devono trovare lui e i suoi amici di Superba e Carmagnani una soluzione praticabile e sostenibile. Mistifica Bucci quando dice che il porto non deve perdere la chimica. I traffici chimici li fa Porto petroli, oggi e li farà domani. Qui si discute dei depositi che possono stare anche altrove. Meglio se vicini alla banchina, certo, ma non necessariamente. È un problema di Superba e Carmagnani. Non del Comune o del Porto, se non fosse per i 50 lavoratori, ma si dovrebbe anche chiarire quanti di essi lavorano davvero ai depositi e quanti al trading, che non richiede di essere dentro il porto. Gli stessi depositi chimici non devono essere necessariamente “costieri”. Per ottenere la concessione dentro al porto, Superba e Carmagnani dovrebbero dimostrare di essere più convenienti e proficui delle attuali concessioni e dei relativi traffici. Questa è l’unica regola del porto, non la convenienza e gli interessi politici e personali di Bucci.
Mentre si discute dei depositi chimici, per decisione autocratica di Bucci l’indennizzo alla città della società Autostrade per il crollo del Morandi si traduce nell’ennesima megalomania del novello “doge” che vuole lasciare i segni del suo passaggio nella storia. Ecco allora rispolverato il progetto del tunnel subportuale, rivolto in primo luogo a valorizzare il Waterfront di Levante, centro degli interessi immobiliari della Giunta e di espansione urbanistica ai danni del porto industriale. Per costruire l’ingresso a ponente del tunnel, viene sacrificato un altro polo di attività e di occupazione del porto commerciale, nel silenzio acquiescente degli imprenditori portuali (il tunnel, all’uscita, interferisce con l’attività di più di 30 aziende, comprese San Giorgio del Porto e Wartsilä, ma gli imprenditori paiono più interessati agli indennizzi che all’attività e all’occupazione).
Si tratta di CSM (Centro Smistamento Merci), di proprietà di GMT del gruppo olandese Steinweg. Vi lavorano 28 dipendenti + 8 della subconcessionaria ditta Germanetti Trasporti di Bra, su 47mila mq, di cui 23mila di magazzini e il resto di aree scoperte e piazzali. CSM fattura dal 2015 a oggi, da quando lo ha acquistato GMT, circa 3,3 milioni Euro all’anno, con un bilancio talora in perdita. Ma non si tratta di un’azienda malata, anzi. A ripianare ci pensa GMT che realizza ottimi utili anche grazie alle basse tariffe che paga alla controllata CSM di cui è il principale cliente (nel 2022 GMT ha fatto un utile di oltre 6mil, +57% sul 2021). Un esempio manifesto della strumentalità di quella economia apparente “a contraente unico” che caratterizza le strategie delle multinazionali. Infatti, seppure CSM è 100% di GMT e lavora per lo più per GMT, i suoi dipendenti hanno un contratto più povero per diritti e salario (il costo medio del lavoro in CSM è del 20% in meno che in GMT).
CSM è il più vecchio magazzino del porto, nato 70 anni fa per iniziativa degli spedizionieri, trasformatosi con l’avvento dei container ma che ha conservato la pratica della “rottura del carico”, ossia l’attività a valore aggiunto sulle merci in transito scaricate dal container e lavorate prima di essere reimmesse e rispedite. Un lembo di quell’agognato “distripark” (Distribution Park), ove si svolgono attività come confezionamento, assemblaggio, controllo di qualità, imballaggio, secondo le richieste del cliente finale, che 20 anni fa, all’alba del nuovo porto di Genova riformato e ingigantito dall’espansione di Prà-Voltri, costituiva una delle prospettive di crescita sia dell’occupazione che del reddito locale. Era la promessa, rimasta tale, contro la deriva del “porto gateway” in cui le merci nei container attraversano veloci la città senza lasciarvi valore economico e sociale ma solo esternalità negative, come perdita di aree costiere, inquinamento e traffico.
Di fronte all’esproprio di CSM i lavoratori e i sindacati sono stati gli unici componenti della comunità portuale a protestare e tuttora sono in lotta. Gli imprenditori tacciono, sarà perché il loro collega GMT avrà un indennizzo di almeno 12 milioni. Una parte dei dipendenti di CSM saranno assorbiti dal GMT ma l’altra parte saranno “suicidati” in quanto residuati nella stessa società sloggiata e ridotta a dimensioni insostenibili da un punto di vista dell’equilibrio economico. Nessuna alternativa per CSM dentro il porto, Palazzo San Giorgio ha offerto 3500 mq contro i 47mila di oggi! Neanche lo spregio di dire: trovatela voi un’altra sede!
Mentre nei convegni si straparla della necessità di inventarsi attività sulla merce in transito nel porto che aggiunga valore e occupazione, mentre gli spedizionieri propagandano la Zona Logistica Semplificata da realizzare in Valpolcevera, ovviamente solo se a condizioni fiscali favorevoli per gli investimenti e i loro ricavi come se Genova fosse il capoluogo della depressa Calabria, dentro il maggiore porto italiano scompare l’ultimo dei magazzini.
Come è sempre stato, tocca ai lavoratori difendere l’occupazione e il valore economico del porto.
Nella foto i lavoratori di CSM uniti in lotta.