Giorni fa sul Secolo XIX Gian Enzo Duci, docente universitario, imprenditore marittimo e vice Presidente di Conftrasporto, ha sostenuto l’idea di trasferire dal quartiere di Multedo i depositi chimici di Superba e Carmagnani dentro il prospiciente Porto petroli. L’idea è di eliminare i depositi in mezzo alle abitazioni (nel 1987 un’esplosione causò la morte di 4 lavoratori e il terrore nel quartiere) impiantandone nuovi nell’area per lo sbarco dei prodotti chimici.
La proposta di Duci appare una soluzione razionale, nel luogo deputato: mettere i depositi dove avviene la movimentazione via mare (Superba e Carmagnani sono anche azionisti di Porto petroli). È quello che già avviene a Calata Oli minerali con i depositi di ENI e Esso, a Ponte Paleocapa con quelli di SAAR, a Ponte Etiopia e Calata Mogadiscio con Silomar e Sampierdarena Oli. Ma sinora non è verificato che dentro il Porto petroli ci sia lo spazio utile, anche rispetto alla Fincantieri confinante, che sia agibile la movimentazione via terra efficiente e sicura (su camion e su treno, non per tubazione come avviene per i prodotti petroliferi), che il terminalista concessionario sia disponibile e infine che siano soddisfatte le innumerevoli condizioni normative tecniche e operative previste. A Multedo sopravvivono i ricordi di due tremende esplosioni: nel 1981, la petroliera Hakuyu Maru ormeggiata che causò tre morti tra i marinai e fu rimorchiata al largo evitando la propagazione delle fiamme alle altre navi; nel 1991, la petroliera Haven in rada che bruciò per tre giorni prima di affondare, causando 5 morti e forse il peggiore disastro ambientale del Mediterraneo. Tuttavia, il Porto Petroli, che è a Multedo dal 1963, appare una servitù abbastanza metabolizzata dalla cittadinanza, ma occorrerebbe in ogni caso che l’aggiunta dei depositi fosse oggetto di un processo informativo e partecipativo reale per giungere a una proposta persuasiva. E il dialogo politico nel Ponente e la credibilità delle istituzioni a oggi mi paiono francamente compromessi.
Bucci per parte sua ha dato in questo senso solo segnali negativi mostrando arroganza e dispregio del dialogo sociale. Nel dibattito pubblico sui depositi, per esempio, ha offerto alla cittadinanza 4 soluzioni tra cui non compariva affatto Ponte Somalia, salvo poi tirarla fuori dal cappello come un coniglio a dibattito chiuso. Tra le 4 ce n’erano due a oltre 500 mt dalle case (Ponte Somalia è a 300 mt): l’ex Carbonile ENEL, concesso al solito Spinelli, e un’area del Terminal Messina, per il quale il concessionario aveva però chiesto 100 milioni. Messina (associato con MSC) ha poi comprato la società del terminal di Ponte Somalia dal Gruppo Gavio. Questi aveva sottoscritto, senza alcuna spiegazione pubblica, un accordo con Superba per cedergli l’area. Chissà se l’accordo di Gavio, che Signorini non ha mai mostrato, è diventato ora l’accordo di Messina con Superba, oppure si è alzata la posta? Top secret! Perché, come si può notare, nel porto di Genova è sempre più oscuro ma florido il mercato delle concessioni pubbliche in barba agli impegni vincolanti di sviluppo dei traffici e dell’occupazione sottoscritti dai terminalisti. E in barba alla trasparenza e alla pubblicità degli atti che Palazzo San Giorgio dovrebbe garantire.
Ma la proposta di Duci, il quale aveva già fatto uscire dai gangheri Bucci per un “tweet” (“un mio studente di Economia che collocasse i depositi chimici a Ponte Somalia verrebbe bocciato a qualsiasi esame e additato quale somaro”), ha avuto il merito di fare uscire allo scoperto il PD contrario a aggiungere nuove servitù al Ponente, che ha invece espresso favore al trasferimento dei depositi su una banchina da crearsi ex novo sulla diga in costruzione, che potrebbe anche estendersi a ospitare gli attracchi del Porto Petroli: la traslazione del Porto Petroli allargato ai depositi chimici dalla linea di costa all’off shore. Una soluzione che da quando la nuova diga è diventata una prospettiva reale e finanziata, ai più è apparsa come la più logica e sostenibile (ricavandone le risorse finanziarie dal ridimensionamento della larghezza e profondità dell’attuale progetto, ritenute insicure e ingiustificate), contemperando quindi l’economia e la funzionalità del porto con le esigenze di sicurezza e di vivibilità della cittadinanza. È questa anche la soluzione delineata nei rispettivi lay-out progettuali da Piero Silva, l’ingegnere di fama internazionale dimessosi dall’incarico per la nuova diga reputandola a rischio di collasso per la sua eccessiva profondità, e da Guido Barbazza, presidente del Municipio Ponente, peraltro eletto con i voti del Centrodestra.
Ma Bucci continua tirare dritto senza alcuna considerazione dei pareri altrui. Pure avendo contro l’intero fronte delle parti sociali da Confindustria alla CGIL, ripete con fastidio che solo di fronte a una alternativa potrebbe ricredersi. Una tiritera, questa di Bucci, indegna e irresponsabile. Come se una tale soluzione potesse venire dalla bella idea di qualcuno e non invece da un processo istruttorio e decisionale, tecnico e politico, condotto entro i binari tracciati dai documenti di indirizzo e di piano dell’amministrazione portuale e partecipato democraticamente dalle rappresentanze economiche, sociali e civili della città (DPSS, POT, PRP, tutti atti ufficiali ex lege, anche i più recenti, non menzionano affatto i depositi a Ponte Somalia). Documenti sistematicamente ignorati e disprezzati da Bucci, che si sente al di sopra di Palazzo San Giorgio e della legge. Ma siccome la legge deve essere uguale per tutti, Bucci è contro tutti.