Ugo Ballerini, sub-commissario della struttura speciale per la ricostruzione del ponte Morandi, intervistato a fine 2020 da Franco Manzitti per il libro “La rinascita di San Giorgio”, dichiarò che “il meccanismo speciale che ha permesso il miracolo di costruire il ponte a velocità supersonica” (sono le parole compiaciute di Manzitti) era stata la “deroga” da tutte le leggi escluso quelle penali e europee (parola di Ballerini). «La parola magica è “deroga”…» è infatti il titolo dell’intervista. I puntini di sospensione sembravano strizzare l’occhio al lettore con la malizia di chi ha trovato il trucco per vincere.
D’altro canto, occorreva ricostruire un ponte autostradale crollato per cui si giustificava una norma speciale. Come campione di quell’impresa fu incoronato il sindaco Bucci che ne era stato il commissario straordinario. “La magia della deroga” divenne allora un modello nazionale di gestione delle opere pubbliche, il “modello Genova”. Così facendo, i portatori di interessi politici e imprenditoriali che avevano assaporato il frutto di quel ricco appalto in deroga e mangiato la foglia della convenienza a farne un modello (o sistema) a favore delle loro ambizioni e dei loro affari, fecero estendere il commissariamento di fatto sine die (proroga dopo proroga) a tutte le opere che grazie a un fiume di miliardi pubblici sono state fatte discendere in città dalla legge Genova, pur non avendo alcuna connessione logica, né causale né di urgenza, con il crollo del ponte e le sue reali conseguenze. La titolarità fu a bella posta mantenuta in capo a Bucci per la sua ostentata managerialità e efficacia.
Il recente terremoto giudiziario genovese sulle vicende politico-imprenditoriali del porto e dintorni, con la rivelazione di scene, dialoghi e collusioni indecenti, ha però risvegliato i media che in questi anni hanno partecipato compiaciuti al giubilo per Bucci, silenti su qualsiasi ombra e contraddizione del suo operato (salvo un paio di giornalisti che non hanno mai abbassato la guardia). Finalmente leggiamo un’altra verità. E a prescindere dagli aspetti giuridici e legali del comportamento di Bucci, sinora non indagato, emergono delle responsabilità a suo carico.
Da sindaco, sul piano politico la più grave è avere imposto Signorini come amministratore delegato agli altri azionisti di IREN, società quotata in borsa, la maggiore risorsa finanziaria privatistica del comune, l’unica capace di offrire una redditività crescente a favore del bilancio comunale. La mossa di Bucci ha messo a serio rischio l’interesse della collettività, con l’aggravante di non averne mai motivato in maniera credibile la scelta. Nessun head hunter serio avrebbe portato all’IREN la candidatura di Signorini che, ex funzionario ministeriale e regionale, non ha nessuna esperienza nel privato e che nella gestione pluriennale del porto non ha corrisposto a nessun parametro di crescita e di sviluppo. Un’altra responsabilità politica grave è avere mantenuto da 7 anni a questa parte i depositi chimici a Multedo millantando di avere trovato una soluzione in porto a Ponte Somalia rivelatasi insostenibile, come dall’inizio era chiaro a tutti fuorché a Signorini, l’unico peraltro che aveva titolo per trovare una alternativa, il quale invece aveva concesso inopinatamente quello spazio a Bucci (ma forse questo c’entra con la sua promozione all’IREN).
Da commissario, sul piano manageriale, c’è da fare prima una differenza. Una cosa è ricostruire in due anni un ponte prefabbricato in moduli portanti in acciaio, lungo 1000 metri alto 40 sul greto di un torrente in secca, unendo due spalle rimaste intatte, con un budget abbondantissimo a favore delle imprese costruttrici perché a carico del privato “colpevole” del crollo e lavorando 24h al giorno (in deroga, ovviamente). Probabilmente l’opera più difficile è stata la demolizione, non certo la ricostruzione, ma a quella hanno pensato gli artificieri. Un’altra cosa è promettere di costruire ex novo in tre anni e mezzo una diga foranea di oltre 6000 metri in mare aperto, con fondazioni sino a 50 metri di profondità su un fondo melmoso e dichiaratamente inadatto e rischioso (prova ne è che occorre armarlo con colonne di ghiaia e che da 10 mesi si fanno campi prova per determinarne la stabilità ma non si ottengono i risultati di tali sondaggi).
Bucci sarà pure l’uomo del ponte (se fatto in scatola come il Meccano), ma non è certo l’uomo della diga, opera arditamente ingegneristica e ipercomplessa, che infatti dopo solo un anno ha accumulato ritardi irrecuperabili rispetto ai programmi, mentre si continua a non risolvere la questione esiziale dei fondali e aumenta macroscopicamente il preventivo di spesa a favore dell’appaltatore.
Seppure dietro la sua arroganza di stampo autarchico, ci si aspetta che Bucci dimostri di avere il senso dello stato e l’onestà intellettuale per confessare il suo fallimento politico e personale. Con esso ammetta anche il rovescio del modello Genova affidato ai suoi poteri straordinari di commissario, visto che l’inchiesta della magistratura sta svelando che il modello non serviva alla città ma a delle consorterie di affari e malaffari composte proprio da alcuni dei protagonisti della “rinascita di san Giorgio”, quelli che della “magia della deroga”, se occorre anche quella penale, hanno fatto il loro modello di business.