17 settembre, in Consiglio comunale, il sindaco di Genova Marco Bucci:
«Chi fa affermazioni false sul ritardo della diga è stato smentito molte volte e la settimana prossima si metterà il 5° cassone. Le affermazioni false sono inaccettabili, verranno messe a verbale e poi ci penserà il legale a fare quello che deve, adesso basta».
“Basta”? Ci penserà il “legale” a fare che cosa?
Bucci, con la sua proverbiale protervia, non vuole ammettere il macroscopico ritardo non solo della diga ma di ogni altra opera iniziata o annunciata dopo il ponte sul Polcevera. Ritardo dovuto non solo alle malefatte dei suoi inseparabili amici, Signorini, Toti e Spinelli, finalmente rivelate dalla giustizia, ma al suo ormai evidente fallimento amministrativo e manageriale, dovuto a più di un “lato oscuro” della sua personalità. E questa ultima reazione scomposta in consiglio comunale ne è l’ennesima prova, così come la sua irritazione alle domande dei giornalisti.
A Bucci, che sia sindaco o commissario o candidato, piace recitare più parti nella commedia, per cui non si capisce a che titolo parli e quali responsabilità assuma delle cose che dice.
Intimidisce e “avverte” il consiglio circa la nuova diga, ma le istituzioni e le procedure democratiche sono state esautorate da un commissariamento che non ha nessuna ragione a giustificarlo, di cui Bucci si fa vanto e che pretende di sommare alla carica di sindaco per ricavarne vantaggi politici e elettorali.
Oppure parla da commissario straordinario? Ma invece di riferire in maniera esauriente e trasparente alla opinione pubblica e al governo (a chi? al viceministro Rixi che tace ipocritamente sullo stato dei lavori?) mistifica i dati e reagisce alle obiezioni come un autocrate isterico. Lo fa persino con l’appaltatore WeBuild, il suo fidatissimo beneficiario, dal quale peraltro non sappiamo ancora i risultati dei test tecnici se la diga starà in piedi alle prime tempeste o produrrà una catastrofe, economica e civile. Possibilità che Bucci “De Mon”, alle prese con la sindrome del “dopo di me il diluvio”, evita irresponsabilmente di affrontare.
Oppure, fa della propaganda elettorale? Allora si sa che può raccontare qualsiasi favola.
Tuttavia, a oggi, 1 ottobre, la realtà è che il 5° cassone non è stato ancora posato e non si vede neanche all’orizzonte. È «falso e inaccettabile»?
Il ritmo di un cassone al mese, già del tutto insufficiente per rispettare il termine del 2026 e persino del 2030, è dunque già svanito. Ne mancano 101.