Chissà se stamattina il Contrammiraglio delle Capitanerie di porto Massimo Seno, attuale Commissario straordinario dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ligure occidentale, guardando i bollettini meteomarini e scrutando il cielo, abbia tirato un sospiro di sollievo nell’accorgersi che la tempesta annunciata di libeccio era stata di modesta forza e di breve durata. Niente a che vedere con due precedenti che hanno segnato drammaticamente la storia del porto di Genova: il ciclone del 1955 che distrusse un lungo tratto della diga foranea all’altezza di Ponte Ronco sicché il mare invase i bacini affondando alcune navi; la tempesta del 2008, in cui le onde si rovesciarono con la massima violenza oltre la diga, mettendo in serio pericolo un traghetto al rientro in porto e procurando ferite a decine di passeggeri. In entrambi i casi il vento soffiò a oltre 50 nodi (100 kmh) e le onde raggiunsero altezze impressionanti.
Tuttavia, Seno non avrà trascorso una notte serena perché la natura è spesso imprevedibile e “matrigna”, come ci ricorda il poeta. Se la libecciata, infatti, fosse stata meno timida e volubile, per forza e direzione del vento e altezza di onda, di quanto in effetti è stata stamattina, allora il moncone dei 4 cassoni posati sinora per la nuova diga avrebbe corso il serio rischio di venire travolto.
Era stato lo stesso Seno a profetizzarlo e a correre perciò ai ripari. Come ci ha raccontato il giornalista Marco Preve su Repubblica rivelando che una nota firmata da ingegneri e geologi aveva evidenziato che i cassoni, alla prima mareggiata violenta che avessero subito, rischiavano di ribaltarsi e andare persi, perché non zavorrati con materiali da riempimento bensì ancora solo con l’acqua. Per cui il commissario Seno, prima delle prevedibili mareggiate di autunno, si era fatto carico di riempire i cassoni con materiale da cava del costo superiore al milione di euro, un lusso e uno spreco che nessuna opera del genere si permette. Seno ha dovuto mettere una pezza a una situazione di inadempienza provocata dalla mancata autorizzazione all’impiego di fanghi di recupero dai dragaggi come invece pianificato nel progetto, dovuta a sua volta a pratiche precedenti di dragaggio messe in atto di concerto da Signorini, Toti e Bucci e definite come illegali in una indagine specifica della procura.
L’allarme è tutt’altro che cessato. Se è verosimile, infatti, che in attesa di risolvere il problema del loro riempimento il flusso dei cassoni si sia fermato (entro settembre doveva arrivare il 5°), circostanza nascosta pervicacemente da Bucci e soci per non perdere la faccia (e magari le elezioni), c’è tuttavia un aspetto più preoccupante e colpevolmente occultato di questa vicenda, che la nota degli ingegneri e geologi ha evocato.
Il cantiere della diga del supercommissario Bucci, seppure la maggiore opera del PNRR del valore che tende a 2 miliardi di euro, procede da oltre un anno senza che il progetto esecutivo sia stato reso noto. Il progetto dovrebbe basarsi tra l’altro sui risultati delle prove geotecniche sul campo, in corso ormai da almeno un anno, per verificare la stabilità dei fondali alle massime profondità. La non pubblicazione di questi dati, come del progetto, fa ritenere che i test potrebbero non avere avuto esito positivo. Ossia, che neanche la preziosa ghiaia di cava può bastare a tenere in piedi la diga e a evitarne un collasso con gravissime conseguenze non solo economiche e operative per il porto, ma anche per la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini.
Non c’è dunque da rallegrarci per avere scampato la libecciata di stamattina: «Gioia vana, ch’è frutto / Del passato timore». Dobbiamo invece esigere d’ora in avanti la trasparenza degli atti e delle informazioni sulla diga e sul resto delle opere pubbliche. Occorre inoltre sottrarre il potere alla discrezionalità, all’opacità, all’arroganza e all’inefficacia del supercommissario Bucci e restituirlo alle istituzioni competenti, agli organi elettivi e al controllo democratico.