Ricordate qualche anno fa lo spot di Costa Crociere con una donna depressa per una sorta di sindrome “post crociera” che rimpiangeva il paradiso perduto della vacanza da cui era appena sbarcata per fare ritorno alla vita quotidiana? Sembrava di sentire risuonare i versi “Finita è la Cuccagna / Andiamo a faticar” con cui finisce la commedia di Carlo Goldoni, Il paese di Cuccagna. Mi viene in mente quel coro mentre Genova si autocelebra come ennesima capitale mondiale o universale di qualsiasi cosa, in questo caso delle crociere.
Le moderne crociere hanno allargato il pubblico dei clienti, fino al secolo scorso ristretto ad una élite di ricconi che, solo loro, potevano permettersi una vacanza lungo le rotte tropicali dei Carabi. Oggi la crociera è un prodotto di massa, per cui accade ai più tra i passeggeri di cadere davvero negli effetti della sindrome al loro sbarco, visto lo stacco netto che c’è tra la loro vita a casa e quella a bordo, simile quest’ultima alla realizzazione del sogno accarezzato per secoli dalle plebi di tutte le culture, di un luogo mitico in cui vedere riscattata la fame e le privazioni patite nella vita quotidiana. Il paese poteva chiamarsi Bengodi invece di Cuccagna, come nella novella boccaccesca di Calandrino e Buffalmacco, ma le immagini di “vigne legate con salsicce”, di “una montagna tutto di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e ravioli, e cuocerli in brodo di capponi”, di “un fiumicel di vernaccia, della miglior che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d’acqua” ecc., non possono non richiamare l’immagine dell’offerta di cibo da strafogare che per 24 ore al giorno si rinnova a bordo, alternandosi all’offerta di svaghi, bagni, massaggi, concerti, danze ecc. offerti anch’essi senza sosta, creando una dimensione di condizione mitica favorita dal distacco anche fisico della nave dalla terra. Navi che per assicurare i profitti ai loro armatori hanno raggiunto dimensioni fuori scala sotto ogni punto di vista, degli autentici scandali rispetto ai target di sostenibilità, sia per l’impatto ambientale (mistificato da palliativi tecnologici) che per l’elusione del rischio d’impresa grazie ai generosi sussidi economici e alle garanzie sul debito offerti dallo stato.
D’altro canto, MSC Foundation il braccio “umanitario” della compagnia svizzera, in questi giorni ha comunicato di avere donato in beneficenza una tonnellata di cibo alla Caritas che fornisce i pasti ai poveri genovesi, un gesto che le imprese non hanno quasi mai l’eleganza di fare sommessamente, né per i media ma soprattutto per il fisco.
Diversamente dai miti, però, sulla nave da crociera non è la natura che si fa magicamente prodiga e inesauribile fonte di delizie e di abbondanza, bensì è un esercito in carne ed ossa di camerieri e di cucinieri dalle fisionomie per lo più asiatiche (filippini, indonesiani ecc.) che con il loro costo ridotto (diversamente da terra in cui di norma vige il principio giuslavoristico: a parità di lavoro parità di salario”, a bordo il personale non comunitario è pagato molto meno sulla base di un contratto di lavoro distinto), non solo permettono ai passeggeri di assaggiare il paradiso, ma anche agli azionisti di MSC e di Costa di provare che le navi da crociera sono una vera “cuccagna”. Nella celebrazione dei successi della capitale delle crociere, ci si ricordi di costoro che non sono aggregati “al popol fortunato di Cuccagna / Dove il bere e il mangiar non si sparagna”.