Nel 2019 a Genova si è formato un movimento di portuali contro gli scali delle “navi della morte” della flotta Bahri dell’Arabia Saudita, che imbarcano con regolarità armi e esplosivi nei porti dei Paesi dell’Alleanza atlantica prodotti dalle industrie locali per sbarcarle a Oriente alla volta dei teatri di guerra civile, dalla Siria allo Yemen al Kashmir. Furono altri portuali europei, da Anversa a Le Havre a Bilbao, a chiedere ai “camalli” di unirsi a loro, per lottare non puramente per un’idea di pace nobile ma astratta, ma per bloccare materialmente l’imbarco e il transito dei carichi micidiali contro popolazioni civili, vittime di interessi geopolitici e economici estranei alle loro vite e ostili alle loro libertà. Risposero per primi in Italia i militanti del CALP, Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova.
Nell’occasione i portuali genovesi trovarono al loro fianco i gruppi del variegato movimento antimilitarista e pacifista di ispirazione religiosa o laica che da decenni conducono battaglie politiche e sociali che hanno portato tra l’altro alla decisiva legge 185 del 1990 contro i traffici di armi che violano i principi costituzionali della pace e dei diritti umani. Legge minacciata continuamente da tentativi di depotenziamento da parte delle lobby affaristiche del campo militare. Proprio grazie al richiamo della 185, a Genova fu bloccato con uno sciopero un carico italiano su una nave Bahri destinato alla guerra in Yemen. A seguito di quel successo, i portuali ebbero la solidarietà aperta di Papa Francesco, che li incontrò a Roma e ne ricevette la maglietta distintiva: “Bravi, continuate così”.
Non si trattò di mettere d’accordo il diavolo e l’acquasanta. Il Papa riconobbe nell’azione diretta del movimento genovese quei caratteri di parresia e coerenza che costituiscono l’antidoto all’ipocrisia di coloro che predicano la pace ma praticano la guerra sotto una qualsiasi forma che torni di loro interesse. I lavoratori si erano battuti in prima persona, minoritari ma senza cedere. Dall’altra parte, le istituzioni che sostengono l’industria militare, basti pensare alla Regione Liguria e al Comune di Genova, apparvero dei sepolcri imbiancati alla pari degli scribi e dei farisei del Vangelo.
Anche dopo le denunce di alcuni portuali del CALP da parte della magistratura su segnalazione delle imprese che lucrano sui traffici di armi in porto, non mancò la solidarietà contro il tentativo di criminalizzare il movimento e di mettere a tacere chi tra i lavoratori lotta per coniugare i temi del sindacalismo con quelli della pace e dei diritti umani in nome di un porto sostenibile anche sotto il profilo etico.